La follia è raramente oggetto di consenso e la distrazione dello scienziato o del saggio che, ad immagine di Talete, rischia di cadere in un pozzo perché staguardando al cielo, è generalmente derisa dalla gente. Più tardi, Erasmo, nel suo Elogio della follia, ammetterà che “preferisce apparire pazzo e privo di iniziativa, piuttosto che mostrarsi assennato tenendosi la rabbia in corpo”. La follia è oggetto di studio da parte dei filosofi e dei medici della Grecia antica, che cercano di capire se sia possibile distinguere la follia dal genio. Un aneddoto che mette in scena Democrito illustra perfettamente quanto è difficile distinguere la follia dal genio ma anche il ruolo che deve ricoprire il medico. Gli abitanti di Abdera, temendo che il loro concittadino Democrito, in preda a un riso irrefrenabile, fosse diventato pazzo, decisero di chiamare in aiuto il più grande medico dell'epoca, Ippocrate di Coo. La follia è una condizione dell'anima che può essere causata da una forza irrazionale e può essere considerata una malattia dell'anima. I Greci hanno cercato di operare una distinzione tra quel che era riconducibile all'errore di giudizio e quel che rientrava nell'ambito della passione. I Greci usano la stessa parola per indicare la passione e la malattia, hanno generalmente risposto in senso affermativo alla domanda se tali eccessi dipendessero da una “malattia dell'anima”.