Penelope contraddice la condizione di inferiorità della donna nella cultura antica, capace com’è di risolutezza, riflessione e sogno.
Come rileva Alessandra Sarchi, nel saggio Il filo della storia, viene da domandarsi se Penelope incarni l’esemplare femminile normativo di una cultura come quella greca che non perde occasione per sancire la minorità della donna o, piuttosto, se sotto l’ideale della moglie fedele non riveli zone porose e divergenti, grazie alle quali è cresciuta oltre i confini assegnati.
La sua iconografia è caratterizzata da una postura malinconica;
è frequente anche la presenza del telaio con cui l’eroina tesse il famoso sudario per il suocero Laerte o l’ingegnoso stratagemma della tela per procrastinare la scelta di uno fra i pretendenti,
la complicità non detta, ma evidente con le astuzie di Ulisse una volta ritornato in patria, sono solo alcuni dei tratti che la rendono una figura sfidante rispetto alla condizione di oggettiva minorità qual è quella della donna nella cultura antica.
Come tutti i personaggi del ciclo troiano e di gran parte della letteratura greca antica, Penelope appartiene al mito e dunque alla regione fuori dal tempo in cui figure dense di valore paradigmatico, di stratificazioni leggendarie, non meno che di contraddizioni ed eversioni intrinseche, sono divenute rappresentative della condizione umana.
Regina il cui talamo è ambito da un numero spropositato di pretendenti, madre di un figlio che cresce da sola, sposa fedele di un marito assente per vent’anni, abile tessitrice, saggia e astuta quanto il marito.
Grande sognatrice, nel senso che Omero racconta in almeno tre occasioni la sua intensa vita onirica e la fa addormentare molto spesso.