La nave riesce a superare il rischio di essere inghiottiti dal vortice di Cariddi.
Mentre tutti sono intenti a guardarlo e a proseguire la rotta, le sei teste di Scilla afferrano e divorano improvvisamente altrettanti compagni di Odisseo.
Essi invocano il suo aiuto, però egli non può far nulla per loro.
L’eroe ha tentato invano di contrastare Scilla con le inutili armi, dimenticando i consigli di Circe.
La maga gli ha suggerito di non indossarle e di rivolgere invece una preghiera a Crataide, la divinità marina madre del mostro.
Odisseo, però, nel suo orgoglio, dimentica i consigli: per lui è doloroso, perché disonorevole e umiliante, il divieto di usare le armi.
La maga Circe descrive così Scilla a Odisseo: «Latra terribilmente: la voce è quella di un cucciolo di una cagna, ma è un mostro spaventoso, e nessuno, neanche un dio, avrebbe piacere a trovarsi sulla sua strada.
Ha dodici piedi, tutti orribili e sei colli lunghissimi, e su ognuno di loro una testa spaventosa e tre file di denti fitti e serrati, pieni di nera morte.