La dea sarda della bellezza e dell’amore, Cunnusa, chiamata dai Greci Afrodite, furono dedicati quasi tutti i monumenti megalitici.
Il culto della Dea Madre è confermato dalle molte statuette funerarie che rivelano come in Sardegna si onorasse una divinità femminile.
Era una divinità che generava per partenogenesi, “nata da sé stessa”, senza l’intervento maschile.
Il suo potere era dappertutto, nelle pietre e nell’acqua, negli animali e nei fiori.
I suoi seni cantavano la vita che lei dava.
Lei risvegliava la terra dopo l’inverno per offrire i suoi prodotti agli uomini, facilitava la produttività degli animali.
Lei era la vita, la morte e la rinascita.
Successivamente si ritroveranno le figure della Dea Madre nell'età del rame sulle lamine di metallo, ma la figura divina maschile comincia già ad affiancarsi a quella della Dea Madre.
Nel tempo la Dea Madre verrà sostituita da figure maschili divenendo figlia di un dio padre, moglie di un dio marito, sorella di un dio fratello, madre di un figlio dio e maschio.
Poi, con la sovrapposizione culturale del Cristianesimo al Paganesimo, tutti i siti megalitici dedicati alla Dea Cunnusa furono man mano ribattezzati, letteralmente, dai sacerdoti della nuova Chiesa.
La Roma imperiale identificò la divinità femminile Cunnusa come la Dea Alata, chiamata anche Dea della Vittoria, con ali aperte.
Gli antichi Nuragici costruirono centinaia di pozzi sacri, riproponendo la Croce del Cunnu nell’architettura dei pozzi che nella loro mitizzazione rappresentava il ventre della Terra dalla cui natura, attraverso l’acqua che ne sgorgava, la Dea Madre donava la vita.
Ecco l’ipotesi per cui la Sardegna sarebbe stata chiamata Ichnusa, cioè Terra de Is Cunnusas, delle Veneri.
Da qualche parte in fondo all'anima, noi donne ricordiamo un'epoca in cui la divinità era chiamata Dea e Madre.