Dopo aver detronizzato Urano, Crono, divenuto diffidente, cominciò a temere complotti e finí per esiliare nel Tartaro i ciclopi e i giganti dalle cento braccia. Il suo timore di essere spodestato divenne tale che egli giunse al punto di divorare gli stessi figli che Rhea gli generava. Quando stava per nascerle il sesto figlio, Rhea decise di correre ai ripari: andò a partorire in Arcadia, sul monte Liceo, e affidò il maschietto che aveva dato alla luce alla Madre Terra. Si trattava di Zeus, il dio in cui si sarebbe compiuta la profezia di Urano. Quando Zeus decise di avere la sua vendetta, si recò dalla titanessa Meti, dea della saggezza, per chiederle consiglio: ella escogitò questo stratagemma: forní a Zeus un potente emetico, e gli consigliò di presentarsi a Rhea chiedendo di poter svolgere l’incarico di coppiere di Crono. Zeus ebbe l’incarico e, alla prima occasione, diede al padre una coppa piena dell’emetico disciolto nel vino: Crono bevve copiosamente, e fu immediatamente colto da terribili conati di vomito. I sei figli di Crono si allearono subito per strappargli il potere. La guerra durò dieci anni, e la svolta che portò alla fine ebbe luogo quando Zeus colse di sorpresa Campe e la uccise: liberò quindi dal Tartaro i ciclopi e i giganti dalle cento braccia che, riconoscenti, si schierarono dalla sua parte nella guerra contro Crono. Con queste armi fu posta fine alla guerra: mentre Poseidone distraeva Crono minacciandolo con il suo tridente, Zeus lo colpí con la folgore, e Ade, invisibile a tutti, rubò le sue armi. Cosí ebbe fine la lunga guerra chiamata titanomachia, ossia «battaglia dei titani». Crono e i suoi fratelli furono relegati nel Tartaro, mentre ad Atlante, che insieme a Crono aveva guidato i titani, fu riservata una punizione esemplare: da quel giorno è suo compito reggere sulle spalle il peso del cielo.