La hybris, proprio in una dimensione che anacronisticamente possiamo considerare come peccato, coglie una misura di tracotanza, che è presunzione di potere, così elevata da fronteggiare direttamente l’ordine superiore, suscitandone la tremenda vendetta.
Ma pensiamo anche all’Ulisse di Dante, che spernacchia il non plus ultra delle colonne d’Ercole e si lancia all’esplorazione coi suoi sodali («[...] non vogliate negar l’esperïenza, / di retro al sol, del mondo sanza gente.
/ Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza.») — e viene affondato con tutta la nave e la ciurma.
Tutta la superbia è un problema di limite.
In realtà praticamente ogni comportamento che concepiamo come ‘peccato’, secondo paradigmi diversi, è un problema di limite, il peccato è una trasgressione — tant’è che a ben vedere Dante nell’Inferno non individua nemmeno una categoria a sé di superbi, solo nel Purgatorio c’è (per quanto in fondo all’Inferno agiti vanamente le ali un ex-Lucifero, che è il superbo per eccellenza).
La hybris, proprio in una dimensione che anacronisticamente possiamo considerare come peccato, coglie una misura di tracotanza, che è presunzione di potere, così elevata da fronteggiare direttamente l’ordine superiore, suscitandone la tremenda vendetta.
Fuor di antichità greche possiamo parlare della hybris di un pensiero razionale che invano tenta d’inquadrare un’esperienza trascendente, precipitando in un baratro d’incomprensione; della hybris di chi vuole prolungare indefinitamente la propria vita, rifiutando la propria obsolescenza e finendo condannato a parodiare la vita; della hybris di uno sviluppo che si pretende infinito, e che si infligge da sé la catastrofe.