La Chimera è fonte di bene come di male, poiché ambivalenti sono gli stessi esseri di cui si compone. Il leone, belva sanguinaria ed emblema della violenza, è anche simbolo del sole benefico e della regalità del sovrano giusto. La stessa capra, se sotto le spoglie del maschio rappresenta l’eros maligno, nella raffigurazione mansueta è sinonimo di fecondità. Quanto al serpente, per tradizione velenoso ed infido, incarna anche la sapienza: dalle viscere della Madre Terra esso trae una grandissima saggezza.
Sofocle che nell’Antigone riconosceva che “molte sono le cose che suscitano sgomento, ma nessuna più dell’uomo” diede l’avvio ad una nuova visione della Chimera: non più essere estraneo ma contiguo all’uomo. Da creatura indecifrabile, la Chimera venne così ad identificarsi con l’enigma dell’uomo: la Chimera non è quella che vaga nei boschi ma la parte più oscura e misteriosa che ognuno cela dentro di sé.
La nostra cultura è ricca di chimere, chimere pittoriche, cinematografiche, letterarie o filosofiche, archetipi di quella complessità che è parte inestricabile dell’essere uomo.
Lo scontro tra Bellerofonte e la Chimera è dunque preziosa testimonianza di una trasformazione in atto nella cultura greca; da una società matriarcale legata al culto della Madre Terra e ai suoi riti di sangue, ad una società patriarcale legata agli dei olimpici e alla loro chiarezza formale. La difformità della Chimera fu così interpretata come un’anomalia morale: ciò che è brutto è anche cattivo. La molteplicità della natura e dell’essere uomo, con il suo impasto di sublimità e peccato, fu per un certo tempo celata fino a che la tragedia sofoclea non ne diede nuova dignità. Ecco che l’uomo, essere ibrido per eccellenza, fu così reinterpretato nella sua più vera ed autentica essenza: i mostri non possono essere allontanati, soprattutto se essi vivono in noi.